Pippo Civati, uno di quelli bravi e con le idee (merce sempre più rara), ha condensato in un articolo oggi su l'Unità quello che dovrebbe essere (e, soprattutto, fare) il PD secondo lui: praticare il cambiamento, non solo raccontarlo; uscire da se stesso, discutere, ascoltare e non solo parlarsi addosso.
Ecco: anche secondo me.
(PS: si sarà accorto che all'articolo pubblicato su l'Unità online mancano le prime righe? Si regge lo stesso, ma insomma... Censura? Ma no, solo pressappochismo, quelli del PD non sono mica così efficienti...)
sabato 17 aprile 2010
venerdì 16 aprile 2010
Generatore automatico di contrattacchi del Vaticano sui preti pedofili
Gli attacchi al Papa sono solo bugie della potente lobby dei consumatori di tofu: la Chiesa è sempre intervenuta con fermezza sottraendo i punti dalla patente dei colpevoli, e d’altra parte recenti studi di numerosi gastroenterologi hanno dimostrato con ogni evidenza che la pedofilia non è colpa del celibato, ma della Playstation 3.
E figuriamoci se Metilparaben poteva trattenersi...
giovedì 15 aprile 2010
martedì 13 aprile 2010
mercoledì 7 aprile 2010
Semplici equazioni
Se il mio uomo dovesse lasciarmi per una donna più giovane, ne troverò uno più vecchio.
(via La canapiglia)
martedì 6 aprile 2010
Ora anche basta, eh, vai
(via Distanti saluti)
venerdì 2 aprile 2010
Pino tettetetela
Chi l'ha già visto avrà capito dal titolo del post che parliamo di Happy family di Salvatores. Sceneggiatura tutto sommato originale per un film italiano, si vede l'origine teatrale ma in questo caso è un pregio. Diverse scene divertenti, interpreti azzeccati e in palla (anche se c'è da dire che, come spesso accade soprattutto nei film nostrani, molti di loro sembrano recitare se stessi, o magari personaggi scritti su misura per loro, il che non è poi tanto differente).
Qualche sbavatura qua e là (l'inserto in bianco e nero con le scene notturne di Milano - anche se le immagini erano belle in sé - mi è parso un corpo estraneo; le scene d'amore tra Ezio e Caterina un po' troppo di maniera).
Regia che abbonda di citazioni anche molto esplicite, prima fra tutte il Wes Anderson de I Tenenbaum (la fotografia, i colori, i movimenti di camera, la modalità di narrazione, la caratterizzazione dei personaggi). Si ammicca anche a I soliti sospetti, nella panoramica sugli oggetti da cui il protagonista prende spunto per inventare il dipanarsi delle vicende ("si crea usando quello che uno ha in casa").
A proposito di ciò, un piccolo appunto filologico da piticchino qual sono io (chi mi conosce sa che posso fare anche di peggio): la colonna sonora è fatta prevalentemente da canzoni di Simon & Garfunkel, perché, come dice il protagonista-narratore mostrando una copertina del celebre Greatest hits, "è l'unico disco rimasto". Peccato però che delle canzoni poi utilizzate nel film (Kathy's Song, Leaves That Are Green, Cloudy, April Come She Will, Anji) solo la prima sia davvero compresa in quel disco (non mi risulta ci sia un unico vinile che le contiene tutte, una collection - digitale - in cui si possono trovare è invece questa).
giovedì 1 aprile 2010
"I cartellini sono falsati"?!
"Il lavoro ordinario non basta più. I ritmi ortodossi sono troppo lenti. Le liturgie della casa sono stantie. I cartellini da timbrare sono sempre più falsati. L’imborghesimento ci tenta in continuazione ed arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo. I nostri valori fondanti rischiano di vacillare sotto i colpi della sfiducia e di un neo relativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia.
(...) Serve un supplemento d’anima."
E' il passaggio fondamentale della lettera che 49 senatori del PD hanno inviato a Bersani per chiedere un cambio di marcia.
Ma secondo voi, anche volendo apprezzare il tentativo di autocritica, la presa di coscienza dei limiti del proprio operato politico può essere espressa con questo linguaggio? Ragazzi, le parole sono importanti! Poi vi stupite se gli operai votano Lega?
Toccami Ciccio

I bimbi, per esempio, capiscono subito come funziona uno schermo che si tocca. Lo toccano e funziona. Facile. Eppure poi lo chiamano “dito magico”, perché per loro la magia non è nell’oggetto. È nella persona. E a pensarci bene, in effetti, la magia è sempre – sempre – nelle dita di chi guarda.
Armeggio da qualche tempo con un telefonino touch e, in attesa dell'iPad, mi è capitato spesso di riflettere sulle sensazioni provocate da questa nuova esperienza sensoriale. Una volta che ti abitui, non torni più indietro. Mouse? Trackpad? Pfui, roba da primitivi!
Volevo scriverci una robetta su, poi ho letto questa cosa di Antonio Sofi (che ha trovato le parole migliori per dire quello che avevo in mente) e ci ho rinunciato.
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